In quanti modi si può ristrutturare uno stadio?

Una serie di casi-studio intermedi fra demolizione e conservazione.

Ormai da molti mesi, a livello italiano, il dibattito sulla possibilità di ristrutturare gli stadi già esistenti sul territorio si è intensificato, in particolare trainato dai temi del Meazza e dello Stadio Franchi di Firenze. In particolare, parlando di impianti sportivi sottoposti a un vincolo di tutela da parte dei Beni Culturali, il margine di manovra di un’eventuale trasformazione dell’edificio si riduce, e conduce il dibattito mediatico generale su una semplificazione troppo banale: o si demolisce tutto o si conserva così com’è.

In realtà, e su Archistadia ne avevamo parlato anche qui, la questione degli stadi italiani del primo Novecento è un falso problema, diventato reale solo dopo anni di incuria e disinteresse da parte delle istituzioni, che hanno portato questi edifici a un punto critico di gestione e stato strutturale.

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La perfetta integrazione fra nuova curva e tribune storiche, nel progetto di ristrutturazione del Gewiss Stadium di Bergamo (photo by Gewiss Stadium / Atalanta BC)

Guardandoci intorno, possiamo cogliere però svariati esempi di intervento che ci dicono che intervenire su uno stadio sottoposto a tutela è possibile in molti modi diversi, che rappresentano vari gradi intermedi di intervento fra un estremo (conservare tutto) e l’altro (demolire tutto). Qui di seguito ripercorriamo questi casi-studio, suddivisi per approccio metodologico e soluzioni tecniche, con una serie di foto esplicative a corredo.

Come si può intervenire su uno stadio esistente (sottoposto a vincolo di tutela)?
  • Ristrutturazione / Integrazione (estetica e/o strutturale)
  • Ricucitura
  • Demolizione
  • Conservazione
  • Trasformazione / Ricostruzione (in copia)

(all’interno del testo trovate tutti i link per approfondire i singoli argomenti)

Ristrutturazione / Integrazione (estetica e/o strutturale)

La scelta di intervento più logica (ma non per questo meno complessa) su uno stadio sottoposto a tutela, è quella di provare a ristrutturarlo, modificandolo. Come visto anche dagli sviluppi recenti legati al Franchi di Firenze, non sempre è un percorso semplice e spesso troppi pareri contrastanti finiscono per bloccare qualunque decisione. In questo senso è utile partire proprio dall’Italia, con i progetti sviluppati a Bergamo, Bologna (in divenire) e Udine.

In tutti e tre i casi, la scelta è stata quella di conservare una porzione dello stadio di valore storico-architettonico o ingegneristico, a cui appoggiare uno sviluppo completamente nuovo del resto dell’impianto. Così al Gewiss Stadium di Bergamo, le due curve vengono ricostruite e avvicinate al campo, in un dialogo di integrazione estetica molto forte con le due tribune neo-classiche del 1927, mentre allo Stadio Dall’Ara di Bologna (1927), lo splendido colonnato in mattoni e la Torre di Maratona sono il perimetro all’interno del quale calare una nuova cavea delle gradinate, nuova e funzionale. Infine, il Friuli di Udine (1976), dove l’Udinese ha voluto ricostruire tre lati dello stadio a ridosso del campo, mantenendo la grande tribuna centrale progettata da Giuliano Parmegiani e Lorenzo Giacomuzzi Moore, con il suo arco ellittico di copertura ispirato al Gateway Arch di St. Louis, Missouri.

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Schema di inserimento della nuova cavea di gradinate all’interno del perimetro storico, nel restyling dello Stadio Dall’Ara di Bologna (photo by GAU Arena / Bologna FC 1909)
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Confronto fra la struttura del vecchio stadio di Udine e la nuova conformazione dell’impianto.

Parlando di integrazioni, va segnalato senza dubbio il progetto realizzato dall’arch. Casamonti per il “nuovo” stadio nazionale di Tirana (Air Albania Stadium, 2019), dove la grande struttura contemporanea nasce in contatto al porticato laterale in blocchi di pietra dello stadio precedente. L’importante intervento di anastilosi, realizzato da Tacheolab, ha permesso di salvaguardare una struttura storica e di valore architettonico nazionale del vecchio Qemal Stafa Stadium (1946), adeguandolo come elemento di accesso al nuovo stadio.

Più trasversali i casi-studio britannici, dove il Craven Cottage di Londra (1896) mantiene la tribuna storica lungo Stevenage Road e l’edificio del Cottage, negli ultimi trent’anni ha rinnovato gli altri tre settori (a cui si sta aggiungendo l’ennesima ricostruzione della tribuna lungo il Tamigi). In termini simili, e in linea con quanto fatto a Udine, lo stadio Ibrox di Glasgow (1899) fra gli anni Settanta e Ottanta fu completamente rinnovato su tre lati, conservando però la magnifica tribuna in stile Edoardiano firmata da Archibald Leitch (1929), e permettendo allo stadio di passare da pianta ovale a pianta rettangolare.

Di proporzioni minori, ma comunque rilevanti, l’intervento operato a Villa Park, a Birmingham, dove la storica tribuna Trinity Road Stand (1924, Archibald Leitch, in stile Edoardiano e assolutamente unica nel suo genere) era sottoposta a vincolo architettonico, ma fu ugualmente demolita nel 2000 (e ricostruita più grande).

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(photo by Pietro Savorelli / Archea Associati, tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione senza il consenso dell’autore)
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Un render della nuova tribuna Riverside Stand all’interno dello stadio Craven Cottage (photo by Fulham FC)

Un caso di integrazione al contrario è quello dello stadio Petco Park, a San Diego. Qui, lo stadio nuovo (2004) è stato costruito attorno all’edificio di una storica fabbrica locale, tutelata a livello architettonico. Così facendo, si è salvaguardato un pezzo di storia cittadina e l’ex fabbrica è diventata un settore dello stadio da cui poter vedere le partite. Su Archistadia ne abbiamo parlato in modo approfondito qui.

Ricucitura

Il caso della ristrutturazione di Highbury (1913-2006) merita un capitolo a parte per il tipo di intervento di conservazione attuato. Il vecchio stadio dell’Arsenal, a Londra, pensionato per far spazio al vicino Emirates Stadium, è stato trasformato in un complesso condominiale che ne rispettasse i volumi e la planimetria, mantenendo intatto l’impatto estetico e urbanistico sul quartiere. Per farlo, però, si è ricorsi a una tecnica di “ricucitura”, che ha portato a salvaguardare effettivamente soltanto la parete esterna della Tribuna Est (in stile Art déco, posta sotto vincolo di tutela dall’English Heritage), insieme alla hall d’ingresso, a cui è stato addossato il blocco residenziale di nuovo costruzione.

I lati nord e sud sono stati totalmente ricostruiti rispettando i volumi d’ingombro delle due gradinate precedenti (che erano comunque state costruite negli anni ’90, quindi non di valore particolare), mentre sul lato della vecchia Tribuna Ovest si è operato un intervento di ricucitura simile al lato est, ma meno esteso per via della presenza delle abitazioni già preesistenti. In definitiva, oggi Highbury mantiene immutata la sua immagina estetica e l’impatto sul visitatore, ma a livello strutturale è composto da meno del 10% dello stadio originale.

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(Photo by Shaun Botterill/Getty Images)
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La riqualificazione dello stadio Highbury passò dalla salvaguardia della sola facciata esterna delle tribune est e ovest.
Demolizione

Ovviamente, se non ci sono altre alternative, uno stadio per quanto antico e per quanto sotto tutela, alla fine si può demolire. È quello che è successo a Wembley (1923-2001), solitamente preso a esempio da chi è fortemente interventista in questo senso, ma spesso utilizzato come riferimento semplicistico e fuori contesto.

In realtà, l’unica porzione sotto tutela del vecchio stadio di Wembley erano le famose due torri in stile Art déco, all’esterno della tribuna centrale. L’English Heritage era piuttosto ferma sulla necessità di conservarle e il progettista del nuovo stadio, Sir Norman Foster, valutò un’ampia serie di possibilità: si pensò di inglobarle ovviamente nella nuova struttura, di ruotare l’orientamento dello stadio di circa 45° per poterle preservare e, addirittura, di sfruttarle come elemento a sé stante, come una sorta di portale d’accesso staccato dal nuovo impianto. Nulla di tutto questo era davvero fattibile (considerando anche il piano a lungo termine di sviluppo immobiliare dell’intero quartiere) e, alla fine, l’unica soluzione fu demolirle.

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Una foto panoramica dei lavori di demolizione di Wembley, nel gennaio 2003 (Photo By Christopher Lee/Getty Images)
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Confronto fra i due stadi di Bordeaux (sopra) e di Lione (sotto).
Conservazione

C’è poi chi ha scelto (con coraggio) di conservare lo stadio così com’era, ma è stato costretto ad “accollarsi” una sorta di raddoppio del problema. Bordeaux e Lione sono due esempi emblematici di questa situazione, entrambe con stadi di proprietà comunale (Stade Chaban Delmas, 1938 e Stade Gerland, 1926), tutelati dai Beni Culturali, ma ormai non più funzionali per i rispettivi club di calcio (e rugby). La scelta in entrambi i casi è stata di costruire uno stadio nuovo (Matmut-Atlantique, 2015 e Parc OL, 2016), portandosi in dote una doppia gestione (entrambi gli stadi di Bordeaux sono ora di proprietà comunale, e recentemente si registrano perdite di bilancio piuttosto rilevanti) e una situazione più da effetto-monumento, per i due stadi vecchi, che di tutela vera e propria.

Rimane comunque una scelta plausibile, a patto che la municipalità coinvolta sia in grado di trasformare l’ex-stadio in una meta turistica visitabile, accessibile e pubblicizzata a dovere per il suo valore architettonico.

Trasformazione / Ricostruzione (in copia)

In ultimo, è doveroso ragionare su due esempi molto estremi (lontani fra loro) ma esplicativi di un certo approccio “forzato” alla conservazione della memoria storica. Ovviamente parliamo di Stati Uniti, e il caso del Soldier Field di Chicago (1924) ci parla di un dirompente intervento di trasformazione (2003) dove il colonnato neo-classico dello stadio originale è rimasto a baluardo perimetrale della sola memoria visiva del luogo, unito alla nuova cavea delle gradinate calata al suo interno, in un effetto-astronave piuttosto forte. È importante segnalare che il Soldier Field era vincolato dai Beni Culturali americani ma perse il suo status dopo l’intervento di trasformazione.

Per contro, un caso che va contro alla teoria del restauro maggiormente condivisa nella nostra epoca è quello della ricostruzione dello Yankee Stadium. Demolito il vecchio impianto, i New York Yankees hanno costruito il nuovo stadio in un’area adiacente, realizzando un rivestimento esterno e i dettagli interni in copia rispetto all’originale (che era un eccezionale esempio di edificio sportivo Art déco), creando così una sorta di “falso storico” che ricorda l’originale solo a livello meramente estetico.

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Vista aerea del Soldier Field di Chicago, con il colonnato neoclassico originale mantenuto in contatto con il nuovo stadio (photo by City of Chicago via choosechicago.com)
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Un confronto fra gli elementi architettonici del vecchio Yankee Stadium e la loro copia nel nuovo impianto.

Sullo stesso tema ho scritto un approfondimento per la rivista L’Ultimo Uomo, analizzando su più ampio raggio le opportunità di sviluppo dei club che possono essere definite da uno stadio nuovo, dal titolo “Meglio rinnovare uno stadio o costruirne uno nuovo?”.

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Fondatore e curatore dei contenuti di Archistadia, scrive di architettura sportiva ed è un fotografo. Laureato in Architettura e Restauro, da oltre dieci anni si occupa di divulgazione sui temi tecnici ed estetici collegati a stadi e impianti sportivi. Collabora con le riviste l'Ultimo Uomo e il Giornale dell'Architettura. Cresciuto con la musica Britpop, il calcio inglese e la cultura anni Novanta.