I pro e contro dell’emendamento “Sbloccastadi”, spiegati bene

Qual è l’obiettivo del nuovo emendamento e perché la comunità scientifica si oppone.

A inizio settembre 2020 è stato approvato l’emendamento “Sbloccastadi” (art. 55-bis) al progetto di conversione in legge del Decreto Semplificazioni (76/2020). L’emendamento prevede che chi voglia ammodernare gli impianti sportivi destinati ad accogliere competizioni professionistiche, possa in futuro realizzare gli interventi in deroga alle autorizzazioni della Soprintendenza e alle eventuali Dichiarazioni di interesse culturale già adottate o proposte.

Si tratta, a livello generale, di un forte ridimensionamento del potere di veto delle Soprintendenze sui progetti che riguardano gli impianti sportivi pubblici, d’ora in poi anche in presenza di un interesse storico-architettonico conclamato dell’edificio. Ma quali scenari potrebbe aprire, e quali sono i pro e contro sia dal punto di vista “sportivo” che, soprattutto, all’interno del più ampio tema dell’approccio all’architettura del Novecento del nostro Paese?

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Lo Stadio Meazza di Milano (photo by Antonio Cunazza, tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione senza il consenso dell’autore)

L’emendamento Sbloccastadi reca la firma di quattro senatori (Matteo Renzi, di Italia Viva, Caterina Biti, Pd, Dieter Steger, del Südtiroler Volkspartei, e Nazario Pagano, di Forza Italia), ed è fondamentalmente una vittoria personale del senatore Renzi, che a lungo ha spinto per il passaggio di questo testo, con il principale obiettivo di facilitare un possibile intervento sullo Stadio Franchi di Firenze, prima ancora che per un ragionamento a livello nazionale.

Clicca qui per leggere il testo completo dell’emendamento Sbloccastadi in versione .pdf

L’emendamento parte da un assunto condivisibile: gli impianti sportivi d’epoca, in Italia, continuano a essere utilizzati tutt’oggi per lo sport professionistico, e accolgono folle di pubblico molto ampie, con dinamiche ormai decisamente cambiate rispetto alle origini: i criteri di funzionalità contemporanei, e le necessità delle persone sia a livello di servizi che di utilizzo pratico del luogo (gradinate, dimensionamenti degli spazi, percorsi, visuale), richiedono un certo spessore d’intervento su edifici che erano stati pensati e costruiti per tutt’altro tipo di ambito sociale e sportivo.

Il testo dell’emendamento accoglie queste necessità, e specifica che i lavori dovranno tenere conto solo degli specifici elementi strutturali, architettonici o visuali di cui sia strettamente necessaria a fini testimoniali la conservazione (e per i quali si accetta anche la riproduzione in forme e dimensioni diverse da quella originaria, questo un particolare decisamente criticabile). L’individuazione di queste porzioni di edificio da salvaguardare, spetterà al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (con una tempistica di 90+30 giorni, oltre la quale decadrà qualunque vincolo) che, però, verrà spogliato del suo tradizionale “diritto di veto” sull’intero progetto. E qui si apre l’altro tema, che si riferisce al valore architettonico di uno stadio, e di quanto davvero conti nella nostra realtà di tutti i giorni.

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Pianta di progetto dello Stadio Comunale di Firenze.
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Lo Stadio Artemio Franchi di Firenze (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images(

Finora, gli stadi sono stati sempre equiparati a tutte le altre tipologie di edificio delle nostre città, ed era richiesto il parere vincolante della Soprintendenza (la cosiddetta Dichiarazione d’interesse) nel caso di progetti che andassero a modificare quei particolari manufatti con più di settant’anni d’età. Potenzialmente, quindi, il parere culturale sull’edificio poteva bloccare in modo assoluto l’intero progetto di rinnovamento o ristrutturazione (come succede in ambito residenziale e civile).

Nel valutare gli eventuali elementi da conservare, l’emendamento Sbloccastadi impone che la Soprintendenza tenga sempre conto che “il valore testimoniale dello stadio ha minore importanza rispetto al garantire condizioni di funzionalità, sicurezza e standard di sostenibilità economico-finanziaria”. Una direttiva condivisibile se pensiamo a un triste esempio come quello dello Stadio Flaminio, stretto fra vincoli, interessi e problemi strutturali, e oggi sempre più rudere museale di sé stesso. Ma questo forzato sbilanciamento di priorità fra valore culturale e standard contemporanei può, in altri casi, diventare facilmente un pretesto da sfruttare a proprio vantaggio, negandosi a priori un intervento di ristrutturazione e favorendo la speculazione di uno stadio nuovo (San Siro? Forse sì, almeno dal punto di vista della comunicazione dei pro e contro del progetto per convincere l’opinione pubblica – che su Archistadia avevamo analizzato qui).

D’ora in poi, quindi, e solo nel caso degli stadi del calcio professionistico, la Soprintendenza non potrà più bloccare un progetto ma al limite salvare soltanto alcune parti dell’edificio, e il suo parere diventerà marginale nella valutazione complessiva.

C’è un problema di percezione del valore del nostro patrimonio? Probabilmente sì

Secondo Matteo Renzi, che ha commentato con soddisfazione l’approvazione dell’emendamento, «gli stadi non sono fatti per restare per sempre. La Soprintendenza non deve occuparsi degli stadi, perché agli stadi ci pensa il Comune. Su uno stadio di calcio non si può intervenire come si interviene su un’opera di Raffaello o su Ponte Vecchio». Qui c’è un grave errore concettuale di fondo, che denota un problema di percezione piuttosto preoccupante rispetto al patrimonio architettonico italiano. Che l’impianto sportivo non sia paragonabile per aulicità a ex-residenze nobiliari, cattedrali o opere urbanistiche del passato, è piuttosto ovvio. Anzi, per sua stessa natura, lo stadio continua a essere profondamente influenzato dai cambiamenti della società, perché deve adeguarsi a loro per poter accogliere il pubblico e lo sport. E, per questo, sarà sempre un oggetto architettonico in forte e costante mutamento, molto più di altri.

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Un particolare dello Stadio Flaminio di Roma (photo by Matteo Cirenei / Master Infrastrutture Sportive)

L’errore concettuale, però, sta nel costruire costanti paragoni fra gli stadi (opere architettoniche di età moderna) e gli esempi classici del nostro patrimonio (come si è letto, Ponte Vecchio, il Colosseo, e via dicendo). Proprio nel caso dello Stadio Franchi di Firenze, l’opinione pubblica tende quindi a minimizzare il valore dei dettagli dell’opera dell’architetto Nervi, sminuendoli nonostante siano uno degli esempi più unici del Razionalismo europeo.

Il nostro immenso patrimonio storico, architettonico e culturale, è prevalentemente influenzato dai fasti dell’Età Classica e di quella Rinascimentale, almeno nell’immaginario collettivo. E proprio per questo, tende a passare un’idea generale secondo cui la produzione di altre epoche, soprattutto più recenti, sia qualcosa di puro interesse accademico, legato alle nicchie degli studiosi e dei critici, e in fin dei conti sacrificabile, come se esistessero monumenti di serie A e di serie B.

Non è un caso che, nel dibattito pubblico di questo periodo, il mondo della cultura e dell’arte si sia schierato contro l’emendamento Sbloccastadi (così com’è redatto), mentre il sentire comune del tifoso e dell’appassionato di calcio sia per lo più concorde con il cancellare il Franchi con un colpo di spugna in nome del progresso.

Quali scenari apre l’emendamento Sbloccastadi?

Bisogna essere onesti. Non si è arrivati fino a questo punto senza il contributo delle stesse Soprintendenze, che in passato si sono messe di traverso a importanti e virtuosi progetti di riqualificazione cittadini, solo in nome della salvaguardia di piccoli reperti architettonici di relativa priorità. Ma, dall’altro lato, bisogna essere altrettanto onesti e chiedersi: quanti progetti seri di stadi nuovi sono stati davvero bloccati dalle Soprintendenze negli ultimi trent’anni in Italia? Nessuno. Solo Pescara, nel 2015, ha ricevuto un vero e proprio alt dai Beni Culturali, mentre il tema dell’Ippodromo di Tor di Valle è stato solo uno dei tanti problemi che hanno frenato l’iter per il nuovo stadio della Roma (oltre agli annosi dubbi sul futuro del Flaminio, nei quali rientra, però, il parere vincolante della famiglia Nervi).

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Un dettaglio interno dello Stadio Franchi di Firenze (photo by FAI Fondo Ambiente Italiano)
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La perfetta integrazione fra nuova curva e tribune storiche, nel progetto di ristrutturazione del Gewiss Stadium di Bergamo (photo by Gewiss Stadium / Atalanta BC)

Serviva quindi un emendamento ad hoc per sbloccare i progetti degli stadi in Italia? La risposta è no, e i progetti di Bergamo, Udine e Bologna lo dimostrano. Come abbiamo avuto modo di scrivere anche in passato, qui su Archistadia o nell’ambito di collaborazioni e interventi esterni, l’unica cosa che ha davvero frenato il rinnovamento impiantistico italiano negli ultimi anni è stata l’incapacità di club e Comuni di trovare insieme una visione futura per i propri stadi. Dall’immobilismo degli anni ’90-2000 (quando eventualmente c’era la forza economica per intervenire), alle difficoltà finanziarie dei club in tempi recenti, che hanno impedito di mettere in piedi proposte davvero concrete. Nel mezzo, l’incuria e il disinteresse – dettato da quel tremendo oblio che è la proprietà pubblica con concessione ai club – ha fatto sì che gli stadi italiani diventassero luoghi appena accettabili dal punto di vista dei servizi, con condizioni strutturali e igieniche quasi imbarazzanti (e questo, non certo per colpa delle Soprintendenze).

Dove, invece, c’è stato un dialogo costruttivo e lungimirante fra i soggetti coinvolti, si è stati in grado di realizzare progetti di ristrutturazione anche rispettosi di porzioni degli stadi originali, come successo con la Dacia Arena di Udine e il Gewiss Stadium di Bergamo, e con il progetto in divenire per il Dall’Ara di Bologna (a cui andrebbe aggiunto lo scenario del nuovo stadio di Milano, con la salvaguardia di parte del vecchio San Siro, in un dialogo Comune-Inter-Milan al quale la Soprintendenza si è soltanto accodata – e questo, già prima del recente emendamento).

Qual è il confronto con l’estero? E ora, cosa dobbiamo aspettarci?

L’emendamento Sbloccastadi avrà il merito di smuovere improvvisamente la situazione, e il primo risultato lo vedremo forse a Firenze. Il proprietario della Fiorentina, Rocco Commisso, è deciso a stravolgere l’attuale impianto per costruirne uno nuovo, moderno e al passo coi tempi, ma non sappiamo che fine faranno gli elementi principali progettati dall’architetto Pier Luigi Nervi (che rimangono la vera cifra stilistica dell’edificio, con buona pace di chi non ne sa apprezzare l’importanza all’interno della storia dell’architettura).

L’emendamento, comunque, non dà il via libera alla demolizione seriale, questo giova sottolinearlo. Ma facilita un dialogo che in passato è sempre stato molto complicato, proprio per l’insormontabile difficoltà di Soprintendenze e società di calcio di comprendere le rispettive esigenze e priorità.

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Il confronto fra nuova e vecchia configurazione dello Stadio Anoeta, della Real Sociedad, dopo i lavori di avvicinamento delle gradinate (photo by Real Sociedad)
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Il Soldier Field di Chicago (photo by Goettsch Partners)

In questo senso, dall’estero ci arrivano esempi di più ampio respiro e varia natura. Bordeaux e Lione, in Francia, sono testimoni della presenza di stadi storici e vincolati dai beni culturali locali (rispettivamente, lo Chaban-Delmas e lo Stade Gerland), a cui sono stati affiancati nuovi impianti – il Matmut-Atlantique e il Parc OL – con alterne fortune (il Bordeaux continua a non trarre giovamento economico dal nuovo stadio) ma senza demolire i predecessori. Diverso l’approccio inglese, che fra gli anni ’80 e oggi ha gradatamente ristrutturato e adeguato i propri stadi (Old Trafford e Anfield sono sempre lì, ma oggi non vedrete nemmeno uno spigolo degli impianti di trent’anni fa), puntando sulla demolizione di altri dove, però, non sussistevano vincoli architettonici (nel solo caso di Highbury, le due facciate esterne delle tribune sono state conservate e inglobate nei nuovi edifici).

In Spagna, l’adeguamento dell’Anoeta di San Sebastian, da pianta ovale a rettangolare, è un caso-studio di eccezionale valore (anche per il panorama italiano), a fronte di scelte di rinnovamento completo, come nel caso di Athletic Bilbao e Atlético Madrid, o di ristrutturazione e ampliamento, come per Barcellona e Real Madrid. Infine, gli Stati Uniti che, in virtù di un patrimonio storico-architettonico quasi esclusivamente legato al Novecento, hanno sempre affrontato il tema degli stadi in modo fluido, ricostruendoli ciclicamente, con due esempi agli antipodi: la demolizione e ricostruzione dello Yankee Stadium, da una parte, e l’adeguamento con integrazione antico/moderno del Soldier Field di Chicago (quest’ultimo, un progetto che potrebbe essere di ispirazione per Firenze).

In conclusione, si conferma la speranza di poter assistere a progetti collaborativi, specifici caso per caso, che sappiano riconoscere il valore dell’architettura storica tanto quanto le potenzialità economiche e funzionali dei nuovi stadi. Senza bisogno di leggi ad hoc, e con forte sensibilità verso il nostro immenso patrimonio storico-architettonico, oggi come ieri l’Italia dovrebbe ergersi a modello-guida (come fu, per esempio, proprio nel periodo del Razionalismo) e dimostrare di saper realizzare interventi d’avanguardia, capaci di integrare le strutture antiche con i nuovi edifici moderni, in un dialogo architettonico che sia rispettoso della memoria del passato e testimonianza virtuosa di uno slancio verso il futuro.

Cover image: photo by FAI Fondo Ambiente Italiano

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Fondatore e direttore di Archistadia. Sono un autore e critico di architettura sportiva e mi occupo di divulgazione sul tema da oltre dieci anni. Laurea in Architettura e Restauro, cresciuto con la cultura Britpop anni Novanta, sono quello che in vacanza vi chiederà di andare a vedere lo stadio.

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