Dallas, i motivi dell’effetto “sole negli occhi” all’AT&T Stadium

Una situazione che crea diversi problemi ai giocatori.

Lo scorso novembre, durante una sfida di football americano NFL all’AT&T Stadium di Dallas (Texas, Stati Uniti), fra i Dallas Cowboys e i Kansas City Chiefs, il wide receiver dei padroni di casa, Brice Butler, ha avuto continui problemi nel prendere i lanci e completare l’azione, a causa dei raggi di sole che filtravano attraverso un lato dello stadio direttamente all’altezza dei suoi occhi.

Non è stata la prima volta, comunque. Anche nei mesi precedenti, e fin dall’apertura dell’impianto nel 2009, allo stadio di Dallas sono stati molteplici (e ben oltre la media) i casi di palloni persi o non catturati a causa dell’effetto “sole negli occhi”. Può sembrare incredibile che uno stadio di tali proporzioni si ritrovi ad avere un problema così banale (e che si presenta puntualmente nelle partite del tardo pomeriggio) ma c’è una spiegazione.

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Panoramica interna dell’AT&T Stadium di Dallas (photo by Paul Moore)

L’AT&T Stadium è costato intorno a 1,2 miliardi di dollari (il doppio rispetto alle stime iniziali) ed è un edificio strabiliante, pensato per essere al tempo stesso un’arena indoor e uno stadio classico en plein air. In quello che, in pianta, sembra il richiamo a un gigantesco pallone da football, vengono ospitate 80mila persone disposte su quattro anelli di gradinata, e lo stadio raggiunge i 91 metri d’altezza nel suo punto centrale più alto.

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Archi e vetrate, l’imponente struttura dello stadio di Dallas

Pensato come un guscio che racchiude il campo da gioco al suo interno, l’AT&T Stadium è segnato dai due archi longitudinali, che corrono lungo i quasi 400 metri dello stadio e segnano l’edificio ai due lati del campo, sorreggendo la struttura di copertura. Questi archi, inoltre, creano due “aperture” in corrispondenza delle due end-zone del football (o, per meglio dire, dietro le porte), creando un effetto-galleria che contribuisce a sottolineare la presenza esterna delle due piazze d’accesso principali all’impianto.

Un’idea progettuale che ha puntato a liberare lo spazio monolitico dell’edificio in sé con il risultato di uno stadio che, anche grazie alla copertura mobile, si trasforma da struttura indoor a stadio tradizionale con estrema facilità.

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(photo by AP2013 via SportingNews)
L’orientamento dello stadio, una questione urbanistica

Proprio le due porzioni “aperte” in corrispondenza delle end-zone, e avvolte da ampie vetrate, diventano però un problema nei pomeriggi di sole. L’AT&T Stadium è stato costruito secondo un orientamento est-ovest: tradizionalmente si cerca di avere stadi orientati nord-sud, in modo da distribuire il sole e le ombre in modo equo sia da un lato che dall’altro del campo durante lo svolgimento di una gara. Nel caso di Dallas, invece, l’AT&T Stadium fa parte di un masterplan più ampio, che ha coinvolto la riprogettazione dell’intera area circostante, denominata Arlington Entertainment District.

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A poca distanza da qui, infatti, è prevista la collocazione del nuovo stadio di baseball dei Texas Rangers (forse entro il 2021) e, nei pressi del lato ovest dell’AT&T dovrebbero essere costruiti nuovi edifici a uso abitativo e terziario che raggiungono i 14-15 piani d’altezza. Ecco perché, quindi, il problema del sole negli occhi non è causato da un errore progettuale.

In realtà è la conseguenza di un orientamento forzato dello stadio, in funzione di una migliore valorizzazione edilizia dell’area. Anzi, come dichiarato anche dai progettisti, tutti i calcoli di direzione dei raggi solari e incidenza sull’impianto erano stati già presi in considerazione, ed era anche stato messo in conto il problema capitato (fra gli altri) al receiver dei Cowboys, Butler.

Ma, allo stesso tempo, si tratta di una questione definita “temporanea” dai responsabili dell’impianto, in attesa che venga completata la fase di urbanizzazione dell’area adiacente (non ci sono però date certe di termine lavori, ndr) cosicché altri nuovi edifici facciano ombra sull’AT&T Stadium, eliminando il problema.

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Vista esterna dell’AT&T Stadium di Dallas (photo by John Sgro)

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Fondatore e curatore dei contenuti di Archistadia, scrive di architettura sportiva ed è un fotografo. Laureato in Architettura e Restauro, da oltre dieci anni si occupa di divulgazione sui temi tecnici ed estetici collegati a stadi e impianti sportivi. Collabora con le riviste l'Ultimo Uomo e il Giornale dell'Architettura. Cresciuto con la musica Britpop, il calcio inglese e la cultura anni Novanta.