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Profili #2 | Boleyn Ground, Londra

Lo stadio che rappresentava la gente del quartiere.

Una delle caratteristiche principali di Boleyn Ground, che non potranno mai essere replicate in futuro, era il legame con il quartiere. Qui tutto era “Londra est”, e soprattutto West Ham. Dall’uscita dalla stazione della metropolitana “Upton Park”, sulla District Line, verso destra lungo Green Street per 3-4 isolati fino al cancello d’ingresso dell’impianto. Si passava davanti al Queen’s Market e al Green Street Supermarket, mentre sul lato opposto della strada si susseguivano negozi e attività di vario genere, barbieri, telefonia, macellai, mentre si continuava a incrociare il passo con persone di etnie diverse. Per un secolo questo quartiere si è riconosciuto nel West Ham e nel suo stadio, e non è difficile capire perché.

Dominato dalle due grandi torri che inquadravano l’ingresso alla tribuna centrale, segnato dai muri in mattoni gialli e le finestre bordate in rosso che si ripetono secondo una scansione regolare, Boleyn Ground sembrava inserito un po’ per sbaglio in mezzo a file di terraced house da un lato e ai tre iconici palazzoni di Priory Rd sul lato opposto, dietro alla tribuna est. Negli ultimi anni aveva una capienza di 35mila posti ma arrivò a picchi di oltre 40mila negli anni ’70, nel periodo forse più fulgido della storia degli Hammers. Almeno tre generazioni di tifosi si sono tramandate un seggiolino in abbonamento nel corso della vita dello stadio, chiusa nel 2016 con l’ultima partita ufficiale e la successiva demolizione.

copyright Antonio Cunazza, 2015, tutti i diritti riservati

La tribuna ovest, ricostruita nel 2001, poteva ospitare da sola quasi 15mila persone ed era la gradinata singola più grande tra gli stadi londinesi: suddivisa su due livelli, aveva un profilo più coerente rispetto alla sua versione precedente, e l’anello superiore non sovrastava più quello inferiore reggendosi soltanto su pali di sostegno, lasciando a una fila di box e palchi il compito di suddividere il declivio della tribuna in due parti. Al suo interno erano raccolti tutti i locali e le sale più importanti dell’impianto, a cominciare dalla Chairman’s Suite, il salone d’onore dove si svolgevano i ricevimenti della squadra e dove, sul bancone del bar, campeggiava una piccola statua degli eroi del Mondiale 1966: Bobby Moore, Geoff Hurst, Martin Peters (tutti calciatori del West Ham all’epoca) e Ray Wilson (in quegli anni all’Everton). La stessa statua, più grande, è ancora visibile poco oltre l’area dello stadio, all’incrocio fra Green Street e Barking Road.

Dalle finestre della Chairman’s Suite, inoltre, si aveva un’ampia vista panoramica su Londra e sul grande albero situato nel piazzale, vicino al cancello d’ingresso: qui ogni anno, nel mese di giugno e senza alcuna spiegazione apparente, si radunavano centinaia di uccelli parrocchetti e, così improvvisamente come erano arrivati, verso metà luglio se ne andavano. Nessuno scoprì mai il perché di questo fenomeno, che resterà una delle tante incredibili curiosità legate ad Upton Park. Affacciandosi sul campo, invece, le gigantografie di Bobby Moore e Trevor Brooking coronavano i due lati interna della gradinata, in corrispondenza delle tribune che portavano il loro nome, situate dietro le due porte. All’interno, da qualunque posto in gradinata, si aveva l’impressione che Boleyn Ground fosse un edificio dimensionato in modo perfetto. La pendenza delle tribuna, l’altezza e le dimensioni delle coperture rendevano un’immagine completa e perfetta in proporzioni e linee.

Dopo il 2016 lo stadio è stato demolito e il West Ham si è trasferito all’Olympic Stadium, nel quartiere di Stratford, perdendo quasi ogni legame con l’area di Upton Park. Al posto di Boleyn Ground è sorto un complesso residenziale piuttosto asettico, che ha cancellato qualunque elemento visivo del vecchio impianto. Solo le vie interne dell’isolato sono state intitolate ad alcune vecchie glorie del club, mentre lo storico cancello che accoglieva i tifosi su Green Street è stato conservato e trasferito nell’area del club shop, all’Olimpico.

Credits:
  • tutte le foto | Antonio Cunazza/Archistadia

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