«La sfida è raccontare in uno scatto l’emozione del momento», Archistadia incontra Ivan Benedetto (fotografo Pro Vercelli)

Qual è la percezione dello stadio che ha un fotografo ufficiale di un club professionistico.

Spesso, se non quasi sempre, si analizza il modo in cui viene percepito lo stadio dai giocatori o dal pubblico. Per i primi, l’impatto è diretto, fa parte dell’ambiente stesso nel quale sono abituati a disputare le partite, e spesso può incidere anche sulle loro prestazioni. Per i tifosi, invece, si tratta di qualcosa che loro stessi contribuiscono a creare, con i cori e la partecipazione attiva, ma anche di come vivono l’edificio dal punto di vista estetico e funzionale.

Ivan Benedetto è il fotografo ufficiale della Pro Vercelli, e abbiamo scelto di parlare di questi argomenti con lui perché rappresenta un terzo tipo di “attore del gioco”, con una percezione dello stadio che, paradossalmente, è allo stesso tempo distaccata ma direttamente coinvolta negli avvenimenti. Come viene vissuto lo stadio da un addetto ai lavori? Con uno sguardo anche alle partite a porte chiuse, com’è scattare fotografie da bordocampo e dover restituire allo spettatore l’emozione del momento?

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(photo per gentile concessione di Ivan Benedetto / FC Pro Vercelli 1892, tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione senza il consenso dell’autore)

Il percorso fotografico di Ivan inizia sui campi del calcio dilettantistico del nord del Piemonte (dopo un’esperienza nel triathlon), come collaboratore della testata giornalistica Sprint & Sport, prima di approdare alla Pro Vercelli nel 2014, all’epoca del ritorno in Serie B dei “bianchi”. Qui il salto è già molto grande e, soprattutto, piuttosto interessante dal punto di vista tecnico e professionale. «Riguardando le vecchie foto mi rendo conto di un evidente aumento di qualità, nel corso degli anni. Sui campi di provincia il focus principale era sul gesto tecnico: lo sfondo dell’azione era spesso un paesaggio rurale o uno spazio a cielo aperto, e mi concentravo molto sui calciatori e sulle azioni. Approdare in un club professionistico, e trovarmi a lavorare nei veri impianti sportivi, ha migliorato il mio approccio e il mio punto di vista complessivo».

Ci si dimentica, infatti, che il fotografo di calcio non è costretto soltanto a close-up sui calciatori, ma ha la possibilità di sfruttare lo stadio come una scenografia e provare a creare alcuni scatti di grande effetto. «In particolare, ho iniziato a cercare di costruire alcune inquadrature appoggiandomi alla presenza delle gradinate gremite di pubblico, e riuscendo a sottolineare la dimensione complessiva in cui si giocano le partite. Alcuni scatti, come quello di Carlo Mammarella mentre batte un corner al San Nicola di Bari, mi sono rimasti nel cuore».

Per dimensioni e struttura, gli stadi diventano a tutti gli effetti una componente determinante dello scatto fotografico. In questo, il punto di vista di un professionista posizionato a bordo campo può esserne influenzato in modo diretto, spesso anche per questioni di luce, ombre ed eventuali riflessi. Con i regolamenti attuali del calcio professionistico, peraltro, il fotografo a bordo campo ha uno spazio di movimento piuttosto limitato nel corso della partita (con postazioni fisse tendenzialmente situate ai due lati di fondo campo, dietro le porte), e anche questo influisce sulla qualità degli scatti e sulla possibilità di sperimentare inquadrature e composizioni diverse.

«Con il tempo mi sono ritrovato a “studiare”, in un certo senso, lo stadio dove vado in trasferta con la Pro Vercelli. Approfitto delle ore pre-partita, scendo in campo e osservo la direzione della luce del sole, come cambierà nel pomeriggio e come illuminerà campo e tribune. E provo a immaginare come posso utilizzare tutto questo a mio favore per esaltare l’azione di gioco, giocare con i controluce o scattare foto più panoramiche. Questo è senz’altro uno degli aspetti più stimolanti che mi hanno permesso di adeguarmi sempre meglio a questi ambienti, e grazie a cui cerco di migliorare costantemente il mio lavoro».

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(photo per gentile concessione di Ivan Benedetto / FC Pro Vercelli 1892, tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione senza il consenso dell’autore)
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Il Sant’Elia di Cagliari adattato con le gradinate in tubi innocenti (photo per gentile concessione di Ivan Benedetto / FC Pro Vercelli 1892, tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione senza il consenso dell’autore)

«Quando la Pro gioca in casa, arrivo al Piola circa due ore prima dell’inizio della partita, passo dalla sala stampa e vado poi a fare due chiacchiere con il nostro magazziniere, mentre i giocatori iniziano ad arrivare al campo. Intanto mi preoccupo di scattare già qualche foto agli spogliatoi ancora vuoti e di creare qualche contenuto utile per i social. Dopo il termine della gara, invece, risalgo in sala stampa per completare le varie operazioni tecniche e l’invio delle foto. Ancora per un’oretta rimango allo stadio e, se abbiamo vinto, passo dagli spogliatoi a recuperare una fetta di crostata!».

La routine del giorno di gara è unica a seconda del ruolo che si ha (tifosi, addetti ai lavori, calciatori), e su Archistadia avevamo già parlato dello Stadio Silvio Piola di Vercelli, in una monografia dedicata nella nostra sezione “Profili”, e dell’atmosfera quasi familiare che resiste come uno dei valori principali dell’ambiente della Pro e della sua città.

Inoltre, per chi ha la possibilità di visitare molti stadi italiani, e lavorarci dall’interno, momenti e situazioni rimangono impressi in modo particolare e creano ricordi del tutto speciali. Muoversi nella “pancia” degli impianti sportivi, spesso portandosi dietro il trolley con l’attrezzatura, e qualche volta dovendo passare addirittura davanti ai settori dei tifosi avversari (rischiando di ricevere qualche parola di troppo) per raggiungere la propria postazione, racconta di un “matchday” vissuto in modo totalmente diverso da quello che tifosi e appassionati possono immaginare.

Ecco, quindi, che emozioni e immagini si intrecciano anche nella scelta di Ivan dei tre stadi a cui è più legato, pescando fra quelli dove finora è stato in trasferta con la Pro Vercelli.

«Sicuramente il San Nicola di Bari mi emozionò dal primo momento, fin dall’arrivo in autostrada vedendolo in lontananza. Ho sempre pensato sia un edificio che ti lascia senza parole, e forse proprio per questo ero riuscito a scattare lì una delle mie foto più belle (quella di Mammarella da corner, di cui accennavamo prima, ndr). Allo stesso modo, per impatto visivo e dimensioni, anche il Dall’Ara lo trovai incredibile. E questo nonostante fossimo andati lì intorno alla vigilia di Natale, con una nebbia che non ci aveva permesso di tirar fuori quasi nulla di utile a livello fotografico! Ma ricordo alcuni spazi interni, il tunnel sotterraneo che porta in campo, la Torre Maratona, un luogo quasi magico».

«Dopo due stadi così grandi e importanti, il terzo che mi fa piacere nominare è il Libero Liberati di Terni. Forse dal punto di vista architettonico non è di così grande valore, ma negli anni con la Pro Vercelli abbiamo spesso avuto ricordi positivi qui, e ottenuto risultati utili alla salvezza. E devo essere sincero, nonostante sia piuttosto dispersivo nel suo rapporto fra le tribune e il campo, viene reso stranamente affascinante dalle colline sullo sfondo e dalla particolare struttura sovrapposta degli anelli di gradinata».

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(photo per gentile concessione di Ivan Benedetto / FC Pro Vercelli 1892, tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione senza il consenso dell’autore)
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(photo per gentile concessione di Ivan Benedetto / FC Pro Vercelli 1892, tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione senza il consenso dell’autore)

Oltre a tutto questo, la recente pandemia e la ripresa del calcio giocato (ma a porte chiuse), ha influenzato anche l’approccio di Ivan al suo lavoro, in particolare in occasione dell’amichevole fra la Pro Vercelli e il Torino FC, allo Stadio Olimpico lo scorso 5 settembre: «In quel momento ti rendi davvero conto di quanta differenza faccia la presenza di pubblico. Il dialogo visivo fra il campo da gioco e le dimensioni dello stadio diventa sproporzionato e si ha quasi l’impressione di essere dentro un’enorme bolla di sapone. Il rimbombo di ogni rumore e delle urla di giocatori e tecnici è quasi alienante anche se, dal punto di vista fotografico, diventa un’occasione quasi unica di esaltare l’architettura dello stadio sullo sfondo come un vero e proprio spazio di contrasto».

La sfida più grande per un fotografo di campo come Ivan, rimane quella di restituire la realtà del momento a chi guarda: «Rimango legato alla prima partita in B della Pro ad Avellino, all’inizio del mio percorso con il club, e alle foto del vecchio Stadio Sant’Elia con le gradinate in tubi aggiunte, oggi ormai una testimonianza storica (scattate nel dicembre 2015, ndr). Ma in definitiva la sfida è rimanere concentrati per tutta la durata della partita, conoscere bene il gioco della propria squadra per anticipare eventuali situazioni e, soprattutto riuscire a scattare foto che raccontino le emozioni dei giocatori e l’atmosfera dello stadio in quel momento».

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Fondatore e direttore di Archistadia. Sono un autore e critico di architettura sportiva e mi occupo di divulgazione sul tema da oltre dieci anni. Laurea in Architettura e Restauro, cresciuto con la cultura Britpop anni Novanta, sono quello che in vacanza vi chiederà di andare a vedere lo stadio.

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