Avaya Stadium, il gioiello dei San Jose Earthquakes

Semplicità e funzionalità al servizio dei tifosi.

Fra tecnologia, attenzione al comfort dello spettatore e valorizzazione dell’esperienza del giorno di gara, l’Avaya Stadium si propone come un modello molto interessante, soprattutto se considerato quanto il movimento calcistico professionistico degli Stati Uniti sia in costante crescita, e abbia ormai definitivamente abbracciato un approccio virtuoso nella progettazione degli stadi.

L’inaugurazione dell’Avaya Stadium, il 22 marzo 2015, a ridosso dell’inizio della stagione ufficiale della Major League Soccer, ha regalato uno stadio alla città californiana di San Jose che è quasi un piccolo gioiello.

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Una panoramica interna dell’Avaya Stadium di San Jose (photo by usgs.gov)

Il progetto del nuovo stadio di San Jose è molto interessante e rappresenta bene la via positiva che sta prendendo il soccer a stelle e strisce. Si tratta di un edificio misurato in base alle reali esigenze del club e del luogo, con alcuni punti di forza che meritano un approfondimento.

Avaya Stadium, un progetto decisamente riuscito

Lo stadio ha una capienza di 18mila posti e rappresenta, finalmente, un senso di appartenenza vero e proprio per gli Earthquakes che, negli ultimi vent’anni, erano stati un club quasi del tutto itinerante: dal vecchio Spartan Stadium, utilizzato fra il 1996 e il 2005, al Buck Shaw Stadium (2008-2014), passando per un altro paio di impianti minori sfruttati soprattutto per le gare di campionato più importanti.

The Quakes avevano bisogno di qualcosa di diverso e stabile, considerando anche la crescente forza mediatica e organizzativa della MLS. In questo senso, l’Avaya Stadium è un risultato molto positivo, a fronte dei circa 100 milioni di dollari spesi per la sua costruzione, finanziati del tutto privatamente. Non c’è stata, infatti, alcuna spesa pubblica a supporto e, anzi, il proprietario della franchigia, Lewis Wolff, ha garantito personalmente la copertura delle spese di manutenzione per i prossimi 55 anni.

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Vista aerea dell’Avaya Stadium di San Jose (photo by San Jose Earthquakes)

Le agevolazioni burocratiche degli Stati Uniti, che permettono di ridurre il numero di permessi e approvazioni necessarie per costruire stadi inferiori a 20mila posti di capienza, hanno facilitato tutto il procedimento. E c’è un forte senso di comunità e di appartenenza che si percepisce fra i tifosi di San Jose, e che ha accompagnato la costruzione e l’inaugurazione dello stadio.  

Lo stadio si trova fra l’aeroporto di Mineta e l’Università di Santa Clara, facilmente accessibile dalla città e con un invidiabile sistema di parcheggi e navette di collegamento. Il nome, invece, deriva dalla partnership fra il club e Avaya, società del New Jersey specializzata in tecnologia e comunicazione.

E proprio grazie a questo accordo, l’Avaya Stadium è anche un esempio di avanguardia nel binomio stadio-tecnologia: è infatti il primo impianto sportivo al mondo a essere completamente cloud-enabled, cioé a sfruttare il “cloud” per ogni attività informatica e di gestione dei servizi interni, oltre ad avere un’app mobile esclusiva che consente ai tifosi l’acquisto diretto dei biglietti, la consultazione di informazioni in tempo reale durante il giorno di gara (parcheggi, servizi, ecc) e la ricezione di aggiornamenti su eventi collaterali del club.

Sul piano architettonico, il progetto è stato firmato dallo studio 360 Architecture (oggi parte di HOK) che ha realizzato uno stadio di ispirazione europea, con tre gradinate a un unico livello disposte “a ferro di cavallo” intorno al campo. Il quarto lato, dietro una delle due porte, è rimasto invece libero, e ospita un enorme maxi-schermo in posizione centrale, sopra una piccola gradinata a pendìo, con posti in piedi, denominata Scoreboard Terrace.

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Alcuni tavolini nell’area bar della gradinata Scoreboard Terrace dell’Avaya Stadium di San Jose (photo by San Jose Earthquakes)
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(Photo by Brian Bahr/Getty Images)

Proprio la Scoreboard Terrace è uno dei dettagli più curiosi dell’impianto: nonostante interrompa lo sviluppo del resto dello stadio intorno al campo, crea un’area del tutto singolare dalla quale seguire la partita, con l’aggiunta del cosiddetto Scoreboard Bar (al di sotto del maxi-schermo), il bar all’aperto più grande degli Stati Uniti.

L’area “open air” della gradinata Scoreboard Terrace, peraltro, costituisce anche il fulcro di uno spazio aperto che diventa di contatto fra lo stadio e l’esterno, con il bar e l’area attrezzata retrostante per chioschi e camper, e che funge quasi da spazio urbano più che da semplice lato costruito dell’impianto.

La scelta di posizionare palchi e posti VIP nelle prime file a ridosso del campo è, poi, in controtendenza rispetto alla tradizionale collocazione nei piani alti delle tribune, ma questo permette di mantenere lo sviluppo unico delle gradinate, favorendo il tifo del pubblico. La pendenza delle tribune è intorno ai 30°, uno dei valori di inclinazione maggiori nell’MLS attuale, e questo migliora ancora di più l’atmosfera e la visibilità sul campo.

La forza dell’Avaya Stadium risiede nella semplicità delle sue forme, e l’aggiunta di dettagli innovativi e ricercati stimola positivamente il senso di appartenenza dei tifosi e la voglia di vivere questo luogo.

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La terrazza della gradinata Scoreboard Terrace, con il bar all’aperto e vista sull’Avaya Stadium di San Jose (photo by HOK)
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Lo spazio pubblico sul retro della gradinata Scoreboard Terrace, con vista sull’Avaya Stadium di San Jose (photo by HOK)
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La terrazza della gradinata Scoreboard Terrace con vista sull’Avaya Stadium di San Jose (photo by HOK)

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Archistadia, in forma ridotta, il 23 marzo 2015.

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Fondatore e curatore dei contenuti di Archistadia, scrive di architettura sportiva ed è un fotografo. Laureato in Architettura e Restauro, da oltre dieci anni si occupa di divulgazione sui temi tecnici ed estetici collegati a stadi e impianti sportivi. Collabora con le riviste l'Ultimo Uomo e il Giornale dell'Architettura. Cresciuto con la musica Britpop, il calcio inglese e la cultura anni Novanta.