L’eredità di Vittorio Gregotti

Un architetto che lascia un insegnamento fondamentale per la progettazione dello “stadio urbano”.

La scomparsa dell’architetto Vittorio Gregotti, all’età di 92 anni, permette di riaccendere la luce sul valore intuitivo e semantico dei suoi progetti in ambito sportivo.

Il tentativo e la convinzione di dover adeguare i suoi edifici al contesto locale in cui si inserivano, perché restituissero un risultato più efficace e di maggior valore anche per l’area urbana circostante, ha regalato progetti di “stadi urbani” per la prima volta codificati in maniera chiara, in assoluta avanguardia rispetto ai tempi attuali e al dibattito del rapporto fra stadi e città.

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(photo via artslife.com)
Gli stadi progettati da Vittorio Gregotti:
  • 1989, ammodernamento Estadi Olímpic Lluís Companys, Barcellona (Spagna)
  • 1989, Stade des Costières, Nîmes (Francia)
  • 1990, Stadio Luigi Ferraris, Genova (Italia)
  • 2011, Stade de Marrakech, Marrakech (Marocco)
  • 2013, Stade Adrar, Agadir (Marocco)

Gregotti si era formato professionalmente nell’epoca del Movimento Moderno, che aveva rivoluzionato l’architettura delineando tratti e volumi fortemente dipendenti dal concetto di “funzionalità” dell’edificio. Questo permetteva di replicare uno stesso progetto in qualunque luogo del mondo, in modo del tutto identico e ripetitivo, ma Gregotti se n’era discostato fortemente, preferendo un approccio molto più connotato con l’urbanistica e con l’importanza di adattare un’idea al contesto e alla tradizione costruttiva locale.

Leggi l’approfondimento “L’architettura sportiva di Vittorio Gregotti”, sulla rivista l’Ultimo Uomo, a firma di Antonio Cunazza, direttore di Archistadia.

L’architetto piemontese riuscì comunque a “firmare” i suoi progetti con alcuni tratti distintivi, che diventeranno il fil rouge delle sue opere sportive, ma modellando ogni volta lo stadio in base al luogo. Così nacque il progetto dello Stade des Costières di Nîmes (Francia, 1989), con parallelepipedi a riempire gli angoli dello stadio e servire come spazi di distribuzione del pubblico e sede di attività, sale e palestre interne.

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(photo by Yohan Galiotto / Nîmes Olympique SASP)

La trasformazione dello Stadio Luigi Ferraris di Genova (Italia, 1990 – capienza 36.500 posti) rimane il progetto principe dell’architetto piemontese, che riuscì a realizzare un vero e proprio “stadio urbano” in chiave moderna, con una serie di elementi distintivi riconoscibili in tutto il mondo: le torri dei riflettori, i grandi tiranti in copertura, la scansione delle aperture ripetute e il gioco di pieni/vuoti con il rosso del rivestimento.

La sua opera, poi, si estese anche in Marocco, oltre vent’anni dopo. A Marrakech (2011), Gregotti citò chiaramente sé stesso e il suo lavoro di Genova, ma la presenza della pista d’atletica ruppe l’equilibrio fra le forme e la visuale dagli spalti. Ad Agadir (2013), invece, le torri furono elevate a veri e propri obelischi aulici (pur rivestendo la funzione fondamentale di ospitare i riflettori dello stadio) e venne tratteggiato un declivio a gradoni, per la struttura esterna dello stadio, in forte dialogo e richiamo dei pendii e delle colline circostanti.

Leggi l’approfondimento “L’architettura sportiva di Vittorio Gregotti”, sulla rivista l’Ultimo Uomo, a firma di Antonio Cunazza, direttore di Archistadia.

Infine, l’intervento di ammodernamento che Vittorio Gregotti operò sullo Stadio Lluís Companys di Barcellona (Spagna, 1989, per le Olimpiadi ’92), rimane meno celebrato ma sicuramente fondamentale: l’architetto svuotò lo storico impianto del ’29, rinnovando lo sviluppo interno delle gradinate e conservando l’involucro esterno originale dello stadio, con i suoi imponenti dettagli neoclassici in facciata.

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Il declivio della struttura esterna dello stadio Adrar di Agadir, in Marocco, dialoga in modo naturale con i pendii e le colline del luogo.
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Una fase di ricostruzione del Ferraris di Genova, durante la stagione 1987/88.

Vittorio Gregotti lascia un insegnamento enorme per quanto riguarda la capacità di progettare stadi urbani e riuscire a pensarli legati al contesto in cui si trovano, sia per dimensioni che per tratti estetici, senza farsi trascinare dalla voglia di stupire fine a sé stessa. Un approccio di avanguardia assoluta che resta come eredità essenziale dell’architetto piemontese, e lezione imprescindibile per l’attuale dibattito sulla realtà dei nuovi stadi.

Non sono un tifoso e so che, per il progetto di uno stadio, l’elemento essenziale è sempre la relazione con il contesto.

(arch. Vittorio Gregotti, 1927-2020)

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Fondatore e direttore di Archistadia. Sono un autore e critico di architettura sportiva e mi occupo di divulgazione sul tema da oltre dieci anni. Ogni tanto scrivo anche di stile, cultura e aspetti grafici legati al calcio e allo sport. Cresciuto con la cultura Britpop anni Novanta, sono quello che in vacanza vi chiederà di andare a vedere lo stadio.

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