Sulle tracce dell’Estadi de Sarrià

Lo storico (ormai scomparso) stadio dell’Espanyol, teatro del Mundial ’82.

Poteva essere magico, a volte tremendamente ostile, e aveva certamente un’atmosfera unica. L’Estadi de Sarrià era qualcosa di speciale per i tifosi dell’Espanyol, che hanno faticato a ritrovarne l’identità in anni recenti, sicuramente non nella parentesi dello Stadio Olimpico, e per il momento in misura ancora minore con il nuovo RCDE Stadium.

E per il pubblico italiano, lo stadio di Barcellona rimane luogo delle incredibili vittorie dell’Italia, nel secondo girone del Mundial ’82: prima il 2-0 contro l’Argentina, firmato Cabrini e Tardelli, poi l’indimenticabile vittoria per 3-2 contro il Brasile, con la tripletta di Paolo Rossi.

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La tribuna ovest dell’Estadio de Sarrià, negli anni ’30. Sullo sfondo, la villa ottocentesca sul lato sud dello stadio.

Prima del Sarrià, l’Espanyol era stato pressoché nomade, giocando in 5 stadi diversi in poco più di vent’anni di storia (il club venne fondato nel 1900). E sempre nell’ombra dei rivali del Barcellona, in particolare con il Campo de la Calle Muntaner, nel quale i biancoblu si erano stabiliti nel 1911, ma solo perché il Barça non ci giocava più dall’anno precedente.

Nel 1922, poi, mentre i parenti ricchi blaugrana si spostavano nel famoso Camp de Les Corts (che sarà l’ultima tappa prima del Camp Nou), l’Espanyol tentava la stessa sorte, con l’acquisto di un terreno poco a nord dello stadio dei rivali, grazie all’aiuto economico dei La Riva, famiglia benestante di imprenditori nell’industria tessile.

Su progetto dell’architetto Matías Colmenares, e con i lavori realizzati in soli tre mesi, fra dicembre 1922 e febbraio 1923, venne inaugurato il nuovo stadio dell’Espanyol, inizialmente chiamato “White House” per via di una villa ottocentesca situata appena alle spalle del lato sud, ma con una capienza di soli 10mila posti invece dei 40mila inizialmente ipotizzati.

Le panche di legno dell’epoca fecero posto a una prima tribuna vera e propria, costruita sul lato ovest nel 1926, mentre nel 1929 il club vinse la sua prima Coppa del Re, battendo il Real Madrid in finale (che si consolerà nelle settimane immediatamente successive, acquistando dall’Espanyol il portiere Ricardo Zamora, colonna del club e fra i calciatori più forti della storia spagnola). Il sopraggiungere della Seconda Guerra Mondiale, e della dittatura di Francisco Franco, portarono la famiglia La Riva a veder intaccata l’autonomia della presidenza del club, che riuscì a riacquistare i terreni dello stadio a nome della società solo nel 1951 (per 5 milioni di pesetas).

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Paolo Rossi segna all’Estadi de Sarrià, in Italia-Brasile ai Mondiali di Spagna ’82.

Intanto la tribuna ovest era stata arricchita da una rudimentale struttura di copertura (che , mentre dietro la porta sul lato sud la “villa bianca” ottocentesca venne demolita per permettere la costruzione di una gradinata di curva adeguata alle richieste del pubblico. I lavori si svilupparono fra il 1952 e il 1956 e vennero firmati dall’architetto J. Soteras Mauri, già co-progettista del Camp Nou. L’altalena di retrocessioni e promozioni degli anni ’60 e ’70 limitarono l’evoluzione dello stadio che conobbe la sua rinascita alla vigilia dei Mondiali di calcio di Spagna ’82.

Grazie a un investimento di ben 413 milioni di pesetas, lo stadio venne stravolto e ampliato sensibilmente. Fu completata la tribuna est con nuovi settori a bordo campo, vennero chiusi gli angoli con nuove gradinate, si installarono i riflettori e furono completamente rifatti i servizi e le postazioni media e stampa. La capienza dello stadio arrivò a 44mila posti.

Le Olimpiadi ’92 e il destino segnato

I Giochi Olimpici di Barcellona ’92 e la trasformazione del distretto sportivo del Montjuic, con l’ammodernamento dello Stadio Olimpico (ad opera dell’architetto Vittorio Gregotti), allungarono una nube sul destino del Sarrià, che sembrava ormai troppo vecchio e incapace di accogliere il calcio del nuovo secolo. La città non voleva che il rinnovato stadio dei Giochi rimanesse un monumento a sé stesso, e fece pressioni perché l’Espanyol si spostasse lì. Dopo l’iniziale resistenza dei 18mila soci, il club cedette, anche in virtù dei debiti della società, e si trasferì all’Estadi Olímpic Lluís Companys, vendendo l’area del Sarrià a un gruppo di investitori immobiliari.

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Dove si trova il luogo del vecchio Estadi de Sarrià, a Barcellona (visual by Archistadia)

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Il 21 giugno 1997, l’Espanyol ospitò il Valencia per l’ultima partita di sempre all’Estadi de Sarrià: vinse 3-2 e l’ultimo gol fu segnato dal difensore avversario Ivan Campo. Nel settembre dello stesso anno cominciò la demolizione del Sarrià, a cui seguì la costruzione di un complesso residenziale incentrato su un giardino pubblico i cui percorsi pedonali convergono nel punto del dischetto di centrocampo dello storico stadio.

I Jardins del Camp de Sarrià sono l’ultima testimonianza dello stadio dell’Espanyol, accompagnata da una via laterale realizzata insieme ai nuovi condomini e intitolata a Ricardo Zamora.

Nel 2009, l’Espanyol si trasferirà nel suo nuovo stadio, l’RCDE Stadium, fra i quartieri di Cornellà de Llobregat ed El Prat de Llobregat. Un impianto moderno, raccolto, votato nel 2010 come Stadio dell’Anno e con l’ambizione di ricreare la magica atmosfera del vecchio Sarrià. Un’ambizione, per ora, ancora difficile da realizzare.

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Una panoramica dell’Estadio de Sarrià alla vigilia dei Mondiali ’82 (photo by César López – Área Perica via Wikimedia Commons)

Ci fa piacere condividere qui una testimonianza che ci ha gentilmente regalato un tifoso e appassionato di calcio, tramite la nostra pagina Facebook. Il ricordo di una persona come tutti noi ma che, nella sua semplicità, rimane emozionante perché rappresenta quel piccolo frammento di storia che ognuno si porta dentro per sempre dopo essere stato in uno stadio, con tutto ciò che quel luogo rappresenta.

Andai al Sarrià nei primi mesi del 1998, se non ricordo male. Lo dovevano buttare giù per far posto a edifici residenziali e allora un mio amico, tifoso dell’Espanyol, mi disse: «Andiamo a vedere dove s’è giocata la più bella partita del mondiale di Spagna!».

Era pomeriggio e l’Espanyol si stava allenando, così entrammo e ci sedemmo in curva, proprio dietro la porta del terzo gol di Paolo Rossi. Il Sarrià era uno stadio abbastanza malconcio, ormai.

A un certo punto, fra i giocatori che si allenavano, riconobbi Dario Silva, vecchio idolo del Cagliari, la mia squadra del cuore, e iniziammo a chiamarlo dalla curva. Ci rispose. Fu divertente. Vecchi ricordi.

Giovanni Peresson, tifoso
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