Mondiali a 48 squadre: cosa cambia per gli stadi?

Un’opportunità economica molto allettante ma anche una sfida logistica da non sottovalutare.

La votazione unanime del Consiglio della FIFA che ha deciso per l’allargamento a 48 squadre dei Mondiali di calcio, a partire dal 2026, ha sancito un cambiamento epocale (il torneo non veniva ampliato dall’edizione di France ’98) che comporterà un aumento del numero di partite giocate piuttosto rilevante, e la necessità di adeguarsi dal punto di vista strutturale e logistico.

Si passerà, infatti, da 64 a 80 gare complessive in programma, anche se il cammino verso il trofeo resterà immutato, con sette partite giocate in totale dalle due finaliste. Organizzare un Campionato del Mondo di calcio a 48 squadre, quindi, diventa molto allettante dal punto di vista economico, ma anche più complicato del previsto dal punto di vista logistico.

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Un momento della cerimonia inaugurale di USA ’94, allo stadio Soldier Field di Chicago (Photo by CHRIS WILKINS/AFP via Getty Images)

Certamente un torneo allargato risulta nella possibilità di maggiori ritorni economici per il Paese ospitante (basti pensare all’esempio, in formato ridotto, di EURO 2016 in Francia) ma richiede uno sforzo organizzativo che, allo stato attuale, poche Nazioni possono garantire. La formula dei mini-gironi a tre squadre conserva lo spazio minimo di due giorni fra una partita e l’altra nello stesso stadio e questo, come già avviene ora, garantisce il tempo necessario alla corretta manutenzione del terreno di gioco e all’organizzazione di ogni aspetto extra-campo.

Mondiali a 48 squadre, un format ambizioso ma complesso

L’intenzione della FIFA, inizialmente, era di mantenere invariato il numero degli stadi ospitanti a 12, selezionando impianti con una capienza superiore ai 40mila posti, e confermando i criteri di organizzazione attuali (che porterebbero ogni stadio a ospitare almeno una partita in più rispetto alle edizioni passate), ma per i Mondiali 2026 la scelta sarà di 16 città in totale.

Il discorso logistico si rivela invece più problematico per i campi d’allenamento destinati a ogni Nazionale. Con l’attuale format a 32 squadre, il Paese ospitante presenta una lista di 64 centri d’allenamento fra cui scegliere (comprendenti albergo e campi da gioco), all’interno della sua proposta di candidatura ufficiale. Se il rapporto 2:1 dovesse restare invariato, chi organizzerà i Mondiali 2026 dovrebbe proporne addirittura 96: e, in effetti, la candidatura vincente USA-Canada-Messico 2026 ha presentato una lista di 150 strutture.

Considerando lo standard necessariamente elevato dei campi e delle strutture da proporre, una lista di novantasei possibili centri d’allenamento diversi diventa una richiesta improponibile per moltissimi Paesi, anche fra i più importanti al mondo. Si consideri, per esempio, che in passato il massimo raggiunto era stato di 82 proposte, all’interno della candidatura congiunta Spagna+Portogallo per i Mondiali 2018 e 2022.

A parte Cina e Stati Uniti, anche in Europa si farebbe fatica a trovare una Nazione con un tale numero di strutture di alto livello già pronte, con la conseguenza di assistere in futuro, molto probabilmente, a un numero più alto di candidature congiunte e a una pianificazione ancora più ragionata (e forse più prudente) da parte dei Governi che vorranno portare i Mondiali nel proprio Paese.

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La tribuna temporanea dello stadio di Ekaterinburg, ai Mondiali di Russia 2018 (Photo by Dan Mullan/Getty Images)

Cover image: Photo by HECTOR RETAMAL/AFP via Getty Images

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Fondatore e curatore dei contenuti di Archistadia, scrive di architettura sportiva ed è un fotografo. Laureato in Architettura e Restauro, da oltre dieci anni si occupa di divulgazione sui temi tecnici ed estetici collegati a stadi e impianti sportivi. Cresciuto con la musica Britpop, il calcio inglese e la cultura anni Novanta.