Il parere della Soprintendenza sul valore culturale di San Siro, spiegato bene

Lo stadio verrà salvaguardato solo nella sua immagine moderna e nelle forme elicoidali.

Nel percorso verso il nuovo stadio di Milano, e nella gestione del destino di San Siro, si è raggiunto quello che sembra un compromesso ragionevole e, probabilmente, il più possibile rispettoso dell’identità dell’impianto. Il parere della Soprintendenza, che doveva esprimersi sull’interesse culturale dell’attuale Stadio Meazza, e quindi su quanto e come si poteva intervenire sull’edificio, ha decretato la mancanza di elementi decisivi per salvaguardare le porzioni originali dell’edificio, aprendo la strada al progetto semi-conservativo che rientra nel piano complessivo del nuovo stadio.

Un compromesso che deriva da una situazione quasi paradossale. Lo Stadio Meazza è (era) potenzialmente vincolabile nelle sue parti più interne, risalenti alle origini architettoniche (1926) e al primo ampliamento (anni ’30-’40), ma non nella sua cifra stilistica moderna, con le rampe elicoidali e le torri perimetrali: nessuno dei due interventi (anni ’50 e ’80) aveva, infatti, più di settant’anni di vita, come richiesto a termini di legge. Il vero valore architettonico, però, risiede proprio in queste ultime, e il parere della Soprintendenza, stando alle motivazioni ufficiali, si inserisce nel modo più giusto all’interno di un percorso progettuale dove, fortunatamente, i due club e il Comune di Milano hanno già trovato un’intesa.

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(photo by Antonio Cunazza, tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione senza il consenso dell’autore)

Nell’autunno 2019, il Comune di Milano aveva richiesto un parere alla Soprintendenza sul valore dell’edificio-stadio, come da norma di legge prima di decidere qualunque intervento. La Commissione Regionale per il Patrimonio ha stabilito che: “Trattasi, allo stato attuale, di un manufatto architettonico in cui le persistenze dello stadio originario del 1925-26 e dell’ampliamento del 1937-39 risultano del tutto residuali rispetto ai successivi interventi di adeguamento realizzati nella seconda metà del Novecento e pertanto non sottoposti alle disposizioni (di tutela del patrimonio) perché non risalenti a oltre 70 anni”.

Della prima versione dello stadio, infatti, sono ancora oggi visibili alcune parti della struttura portante del primo anello, e le rampe di scale d’accesso, ma in una veste piuttosto sacrificata all’interno del secondo strato, risalente all’ampliamento del 1953-55, firmato da Calzolari e Ronca.

“Le stratificazioni, gli adeguamenti e gli ampliamenti fanno dello stadio – come oggi percepibile nel suo insieme – un’opera connotata dagli interventi del 1953-55, oltre a quelli del 1989-90, nonché dalle opere successive al Duemila, ovvero un’architettura soggetta a una continua trasformazione in base alle esigenze legate alla pubblica fruizione e sicurezza e ai diversi adeguamenti normativi propri della destinazione ad arena calcistica e di pubblico spettacolo”.

Come evidenziato dalla Soprintendenza, avendo a che fare con un edificio le cui stratificazioni rappresentano la sua stessa identità costruttiva, decidere per la salvaguardia di piccole porzioni interne dell’impianto, quasi per nulla visibili dal visitatore (se non per occhi attenti ed esperti), avrebbe rappresentato il conseguente obbligo di conservare l’intero stadio così com’è, fornendo spazio di manovra per futuri interventi soltanto sulle parti del secondo/terzo anello e della copertura. Ed è a quel punto che, invece, si sarebbe persa la vera cifra stilistica di San Siro, con le rampe elicoidali che hanno avvolto lo stadio fin dal Secondo Dopoguerra, replicate e sintetizzate dalle torri periferiche dell’intervento per i Mondiali di Italia ’90, firmato dagli arch. Ragazzi e Hoffer.

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La variante di proposta dello studio Manica, con la conservazione di alcune parti iconiche dello Stadio Meazza (photo by Manica)
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La variante di proposta dello studio Populous, con la conservazione di alcune parti iconiche dello Stadio Meazza (photo by Populous)

Proprio questa necessità di conservare l’immagine del Meazza, riconoscibile in tutto il mondo ormai come una vera icona, ha portato il Comune di Milano a insistere, e ottenere, per una variante “semi-conservativa” sul progetto, che salvaguardasse una porzione esemplificativa dell’attuale stadio, nella sua geometria elicoidale, trasformando il luogo in un’area sportiva pubblica per il quartiere. Le proposte di progetto degli studi in corsa, Manica e Populous, hanno recepito nel modo migliore questa richiesta, dimostrando finalmente un’apertura di vedute, da parte dei soggetti coinvolti, degna del modo di intervenire sull’architettura e l’urbanistica contemporanee.

Nonostante permangano i dubbi sul progetto del nuovo stadio, pensato probabilmente al ribasso in termini di capienza e rispetto alle ambizioni di medio-termine di Inter e Milan, il parere della Soprintendenza sulla sacrificabilità dell’anima più vecchia (ma meno evidente) dello Stadio Meazza, è forse il più ragionevole in rapporto alle valutazioni fatte. In parallelo, la virtuosa intesa fra il Comune e i due club sulla salvaguardia dell’immagine dell’attuale impianto, rappresenta una scelta lungimirante che supera i limiti legislativi e dimostra sensibilità nel valorizzare il tratto stilistico di un’architettura che ha definito un secolo di vita cittadina in questa parte di Milano.

Cover image: Photo by Antonio Cunazza / Archistadia – tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione senza il consenso dell’autore

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Fondatore e direttore di Archistadia. Sono un autore e critico di architettura sportiva e mi occupo di divulgazione sul tema da oltre dieci anni. Laurea in Architettura e Restauro, cresciuto con la cultura Britpop anni Novanta, sono quello che in vacanza vi chiederà di andare a vedere lo stadio.

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