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Due stadi firmati da Vittorio Gregotti, alla Coppa d’Africa 2025

A Marrakech e Agadir i tratti ricorrenti del lavoro dell’architetto novarese, e i riferimenti al Ferraris di Genova.

Nella sua lunga carriera, Vittorio Gregotti (1927-2020), uno dei più importanti architetti italiani del Novecento si occupò anche di progetti sportivi e firmò, fra gli altri, due stadi che sono attualmente fra le sedi ospitanti della Coppa d’Africa 2025, in Marocco (e che forse saranno anche coinvolti per i Mondiali 2030): gli impianti di Marrakech e Agadir.

Entrambi nati dalle candidature del Marocco per i Mondiali 2006 e 2010 (poi fallite), furono progettati insieme all’architetto Sâd Benkirane, e riportavano alcuni dei tratti caratteristici del lavoro di Gregotti, come in un filo conduttore di estetica e scelte funzionali, adeguate però alla diversità del contesto locale così lontano dalla realtà urbana e paesaggistica dell’Europa.

Fra il 1989 e il 1990, infatti, Gregotti aveva già firmato il restyling dell’Olimpico di Barcellona, oltre che l’imponente progetto di ristrutturazione del Ferraris di Genova e quello della realizzazione dello stadio di Nîmes. A parte forse Barcellona, dove l’intervento fu vincolato dalla preesistenza storica, Genova e Nimes furono i due progetti che stabilirono la cifra estetica e di approccio dell’architetto novarese su ciò che significava “pensare a un impianto sportivo”.

E fu da quelle due esperienze che derivarono gli elementi fondanti il lavoro “sportivo” di Gregotti, che successivamente nei primi anni Duemila, si ritrovarono con forza e caratterizzazione nei progetti marocchini. Le torri-faro, i pieni/vuoti delle strutture, le simmetrie, l’uso del cemento armato nel suo concetto originale e rigoroso di “pietra fusa” (come lo definiva Pier Luigi Nervi), i colori adeguati al contesto territoriale.

Il Grand Stade di Marrakech fu volutamente ispirato al Ferraris di Genova, quasi a riproporne il segno fondante sul territorio, adeguandolo però al concetto di stadio isolato, di “oasi”, e rendendolo più arioso, sfruttando l’alternanza fra gli spazi interni, i patii e i viali d’accesso, e insistendo ancora di più sulle geometrie, rimandando agli antichi insediamenti locali.

Ogni progetto di Vittorio Gregotti è sempre stato il risultato di una lettura del contesto urbano e territoriale, e del rapporto che ne sarebbe conseguito con il nuovo edificio.

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Vista interna del Grand Stade di Marrakech (img: Mecree LED)

img: Mecree LED

Riprese video dello Stade Adrar di Agadir e dell’area sportiva circostante / Youtube – azulviewsmorocco

Allo Stade Adrar di Agadir, invece, il paesaggio desertico circostante guidò la matita di Gregotti, portando alla realizzazione di un edificio che doveva quasi mimetizzarsi con il contesto (in un iter progettuale penalizzato anche da riduzioni improvvise sui fondi economici a disposizione). Il terreno di gioco incassato nel terreno, e l’avvolgente cavea di gradinate diventarono quindi l’opportunità per concludere lo stadio verso l’esterno attraverso un dolce pendìo, sottolineato da gradoni rivestiti in pietra.

In entrambi gli stadi, la funzionalità dei percorsi e degli accessi fu privilegiata rispetto all’estetica, anche se gli obblighi delle candidature per i grandi tornei internazionali consigliarono l’inserimento delle piste d’atletica, creando grandi problemi di visibilità agli spettatori. Lo stesso impatto strutturale dei due progetti diventò più annacquato, e si perse in parte il vero rapporto tribune/campo che invece si apprezza, per esempio, a Genova.

In ogni caso, il lavoro stesso di Gregotti, in generale, si era sempre fondato sulla responsabilità dell’architetto nel realizzare edifici con un valore civile, non auto-referenziati, dove ogni elemento fosse sia descrittivo che funzionale. E Marrakech e Agadir sono proprio la testimonianza di questo. L’eredità del tratto di un architetto italiano che ha saputo collocare in un Paese straniero due impianti sportivi non fini a sé stessi e inutilmente spettacolari ma, al contrario, onesti e rispettosi verso il contesto e verso il rapporto che avrebbero avuto con lo spazio e con le persone.

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per approfondire:

  • Barcellona, Stadio Olimpico Montjuïc: una perla sottovalutata dell’architettura sportiva europea, leggi qui l’articolo
  • L’architettura sportiva di Vittorio Gregotti, leggilo qui, sulla rivista l’Ultimo Uomo, qui

cover image: Stade Adrar, Agadir, vista generale interna (img: OMSI)

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