Il “calciomercato” degli stadi: quando i club hanno una casa temporanea

I casi più celebri di groundsharing nel calcio.

Oltre al calciomercato che muove ogni anno giocatori da una squadra all’altra, come pedine sempre più impazzite, ci sono vicende di scambi e trattative fra club che coinvolgono a volte l’identità stessa delle società: è il caso degli stadi, spesso affittati o ceduti a titolo temporaneo, che diventano improvvisamente casa condivisa modificando in parte la percezione del luogo e il legame con i tifosi.

Non è, infatti, una rarità, e non lo è stato nemmeno in passato, che lo stadio venga letteralmente prestato a un altro club per un utilizzo temporaneo più o meno lungo nel tempo, e dipendente da varie circostanze. Ultimo in ordine di tempo, il Tottenham, che ha giocato a Wembley per circa due anni fra il 2017 e il 2019, mentre erano in corso i lavori di costruzione del suo nuovo impianto.

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(photo via twitter / CurvaSudStory)

Il Tottenham, fra l’altro, non sarebbe nuovo a questo tipo di situazioni, ma non è solo dall’Inghilterra che arrivano gli esempi più eclatanti del panorama calcistico. E si potrebbe ragionare anche su altri sport, per esempio dando un’occhiata agli Stati Uniti: con il sistema americano delle franchigie, si è spesso assistito alle cosiddette relocations (letteralmente, trasferimenti) di squadre, in forma più o meno temporanea. Un esempio? La vicenda della franchigia di basket NBA degli Hornets, che ha fatto avanti e indietro fra Charlotte e New Orleans.

Rimanendo al calcio, in Italia si è assistito alla situazione del Carpi che aveva disputato la stagione di Serie A 2015/2016, prima nella sua storia nel massimo campionato, in affitto allo Stadio Braglia di Modena. In quel caso, infatti, lo storico Stadio Sandro Cabassi, casa dei biancorossi dal 1928, non era ristrutturabile nei tempi e nei modi adeguati per uniformarsi ai regolamenti della Serie A e ogni partita casalinga della neopromossa emiliana diventò una piccola trasferta di 20 km nell’impianto dei vicini gialloblu.

Un trasferimento relativamente comodo se paragonato, invece, alla ben nota vicenda del Cagliari, di casa a Trieste per alcune partite di campionato nelle stagioni 2011/12 e 2012/13. Le interminabili vicissitudini del Sant’Elia, e il fallimento dell’esperimento di Is Arenas, avevano portato i rossoblu dalla Sardegna al Friuli, allo Stadio Nereo Rocco. Un impianto, questo, occasionalmente teatro anche delle partite di Milan e Inter in passato, ma solo in campo europeo, e per singole circostanze causa squalifica del campo di San Siro.

Nel 1995, la Juventus scelse San Siro come stadio di casa per la finale di ritorno di Coppa Uefa contro il Parma. I gialloblu vinsero il trofeo con l’1-1 di Milano, dopo l’1-0 dell’andata.

Di altro tenore il ricordo del calcio giocato allo Stadio Flaminio di Roma. Nella stagione 1989/1990, Roma e Lazio disputarono tutte le loro gare interne ufficiali nello storico impianto della capitale, progettato dagli architetti Pier Luigi e Antonio Nervi: lo Stadio Olimpico era in fase di ristrutturazione in vista dei Mondiali ’90, o meglio, alle prese con una semi-ricostruzione, considerando che la sola Tribuna Tevere fu mantenuta e ampliata e sullo stadio fu aggiunta anche la nuova copertura. Dal Flaminio, in anni recenti, passeranno anche Lodigiani e Cisco Roma, a un livello di calcio certamente inferiore, e ovviamente la Nazionale italiana di rugby.

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Le luci di San Siro illuminano l’esultanza di Faustino Asprilla, Fernando Couto e Massimo Crippa, al termina della finale di Coppa Uefa 1995 (Photo by Clive Brunskill/Allsport/Getty Images)

Anche in Francia si trovano esempi interessanti, come nel caso del Lille, un club dal carattere già piuttosto itinerante per tradizione. Dopo gli anni allo Stade Henri-Jooris, dalla fondazione, nel 1944, fino al 1974, il club si sposta allo Stade Grimonprez-Jooris, dove gioca per trent’anni, fino al 2004. Nel mentre la società è stata privatizzata, ma la necessità di adeguare lo stadio alle normative Uefa non si traduce in un progetto di ristrutturazione. L’alternativa è, quindi, attendere il completamento del nuovo Stade Pierre Mauroy, e giocare in affitto allo Stade Lille-Métropole dal 2004 al 2012, un impianto progettato dall’architetto Roger Taillibert (stessa firma del Parc des Princes di Parigi) e utilizzato prevalentemente per l’atletica dal 1976.

Lo sapevi? Il club svedese Djurgardens ha giocato per decenni in due stadi. La maggior parte delle partite interne venivano disputate all’Olympic Stadium, ma quelle più importanti (e le sfide delle coppe europee) si giocavano nello storico Råsunda Stadion: stadio nazionale di Svezia, ospitò anche la finale dei Mondiali del 1958, con la doppietta del 17enne Pelé nella vittoria 5-2 del Brasile sulla Svezia.

In Inghilterra, probabilmente, si sono accumulati negli anni il maggior numero di casi, anche eclatanti. Impossibile non menzionare le due stagioni che l’Arsenal giocò a Wembley, solo per le partite interne di Champions League, fra il 1998 e il 2000: un esperimento voluta dalla dirigenza dell’epoca per “dimostrare” ai proprio azionisti che l’Arsenal fosse un club in grado di attrarre 50-60mila persone allo stadio. Furono i primi esperimenti che portarono poi, pochi anni dopo, al concretizzarsi del progetto dell’Emirates Stadium e all’addio di Highbury.

Non lontano da Londra, il Brighton da metà anni ’90 ha utilizzato ben due stadi temporanei prima di sistemarsi nell’attuale AMEX Stadium. Dopo ben 95 anni di onorato servizio al Goldstone Ground (1902-1997), il club dei gabbiani si è ritrovato in grosse difficoltà finanziarie e costretto a vendere il terreno dello stadio, senza avere però un piano di riserva per il futuro. Nei due anni successivi la squadra giocò in affitto al Pristfield Stadium, stadio del Gillingham (a 120 km di distanza), per poi tornare in città, al Whitdean Stadium. Qui i biancoblu sono rimasti fino al 2011, in un impianto costruito nel 1936 e votato all’atletica, tanto da renderlo uno dei peggiori per il calcio inglese dell’epoca.

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Un Selhurst Park quasi vuoto osserva il Wimbledon contro il Rotherham, in Division One, il 29 ottobre 1992 (Photo By Christopher Lee/Getty Images)

Lo stadio forse più conteso degli ultimi 30 anni è, però, Selhurst Park, a Londra. Non solo casa del Crystal Palace, ma con un paio di affittuari piuttosto “ingombranti”, a tutti gli effetti squadre rivali delle Eagles. Primo in ordine di tempo a bussare dalle parti di Croydon era stato il Charlton, nel 1985: lo stadio degli Addicks, il The Valley, era in una situazione di degrado strutturale piuttosto evidente a inizio anni Ottanta, tanto che la Tribuna Est era stata addirittura chiusa preventivamente dopo ilm tragico incendio avvenuto allo stadio del Bradford, l’11 maggio 1985. La dirigenza del club aveva quindi puntato sul trasferimento, in affitto, a Selhurst Park, dove il Charlton resterà fino alla stagione 1990/91.

Se il cosiddetto groundsharing (condivisione dello stesso stadio fra due squadre) è piuttosto normale alle nostre latitudini, per il calcio inglese si trattava della prima volta nella storia. Memorabile, in questo senso, il servizio della BBC dell’11 gennaio 1986, che descriveva le ore precedenti alla sfida Crystal Palace-Charlton, scontro diretto fra squadre entrambe “padrone di casa” dell’impianto. Fu impedito ai giocatori del Charlton di accedere al parcheggio interno dello stadio, obbligandoli a utilizzare quello di un supermercato adiacente. Gli uffici direttivi dei due club vennero invertiti e il gestore del campo si affrettò a sostituire le bandierine dei corner con quelle dei colori del Palace, nelle ore immediatamente precedenti il match. Il tutto senza citare lo spostamento dei tifosi nella curva opposta a quella abituale, e soltanto per quella partita.

Ma il viavai nel sud di Londra non si fermò qui. Nel 1991, ci fu l’avvicendamento con un nuovo co-inquilino, il Wimbledon. La storica (e originale) squadra dei Dons all’epoca aveva il problema dello stadio Plough Lane, che non poteva essere ristrutturato e adeguato alle nuove e ferree direttive della Federazione, post-Rapporto Taylor. Il Charlton, quindi, migrò per due stagioni al Boleyn Ground, casa del West Ham, per poi tornare al Valley nel dicembre 1992, mentre il Wimbledon si stabilì nello stadio delle Eagles fino al 2003.

Oggi, il Crystal Palace è finalmente, di nuovo, unico padrone di casa di Selhurst Park.

Il declino societario del Wimbledon, iniziato con l’addio allo stadio Plough Lane e proseguito con le difficoltà finanziarie e l’affitto di Selhurst Park, si completa nel 2003, quando la dirigenza decide di spostare il club a Milton Keynes, una cittadina a nord-ovest di Londra. La rivolta dei tifosi è veemente e si concretizza nella fondazione dell’AFC Wimbledon, depositario della vera identità del club. Il vecchio Wimbledon, ormai snaturato, viene rinominato MK Dons e prende una nuova strada, mentre l’AFC Wimbledon si ricolloca a Kingsmeadow, circa 9 km a ovest del vecchio Plough Lane.

Libri consigliati, per approfondire:

Questo articolo è comparso originariamente su Archistadia, in forma ridotta, il 2 febbraio 2016.

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