Quanto vale un biglietto? Il curioso caso di chi lascia lo stadio in anticipo

Un’abitudine consolidata o una scelta incomprensibile?

Che valore diamo, davvero, al biglietto che paghiamo per andare allo stadio? L’allenatore del Liverpool, Jurgen Klopp, al termine di una partita di campionato contro il Crystal Palace, aveva dichiarato: «Mancavano dodici minuti alla fine, più o meno, no? E ho iniziato a vedere un sacco di gente andare via. Mi sono sentito abbastanza solo in quel momento».

In quella partita, il gol di Scott Dann all’82esimo minuto aveva portato il Palace in vantaggio 2-1 ad Anfield. Un gol poi rivelatosi decisivo per la vittoria degli ospiti. La reazione scoraggiata dei tifosi si era concretizzata in quella che ormai, per svariati motivi più o meno validi, sta diventando un’abitudine del nostro calcio: andare via in anticipo, prima del fischio finale.

Nelle sue dichiarazioni, ed estremizzando apposta, Klopp aggiunge uno spunto interessante: «In un quarto d’ora puoi segnare ancora otto gol. Ed è semplice tifare tanto o poco nei primi minuti di gara, ma sono più difficili le scelte che si fanno in quei momenti, negli attimi più complicati e stressanti per la squadra. Quelle sono le decisioni più difficili da prendere ma alla fine più importanti, se si è tifosi». E allora, perché andarsene in anticipo da uno stadio sta diventando un’urgenza tale da prevaricare anche l’esito della partita che si sta giocando?

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(Photo by Alex Pantling/Getty Images)

In Inghilterra si tratta ormai di un’abitudine consolidata. Ci sono tifoserie rinomate per questo, come per esempio i tifosi dell’Arsenal, e spesso le stesse inquadrature televisive lo confermano: lasciando intravedere la parte bassa del primo anello di tribuna opposta, ogni fine settimana, a circa dieci minuti dal fischio finale iniziano a comparire le chiazze sempre più grandi dei seggiolini colorati lasciati liberi da chi è già sulla via di casa. E spesso non è una questione di risultato. È invece una pratica regolare, quasi una routine, che rientra nella successione degli eventi del giorno di gara: si arriva allo stadio, si guarda la partita, si va via qualche minuto prima. A prescindere da ciò che sta succedendo in campo.

Fra chi segue costantemente la propria squadra allo stadio, comunque, l’opinione generale verso questo fenomeno è negativa. Negli ultimi anni si assiste a sempre più casi del genere e, a fronte di un blocco di “appassionati” che si sta rafforzando, si sta perdendo quella che è la figura del tifoso tradizionale. Il calcio non è più lo svago per eccellenza, com’era stato fino agli anni Novanta, e il rapporto con le persone normali, il cosiddetto “tifoso medio”, si sta relativamente annacquando.

Essendo, ormai, solo una delle tante passioni della vita contemporanea, in un mondo che gira velocemente e offre sempre più svaghi, sta aumentando sempre più la distanza fra chi è veramente tifoso e chi proprio non lo è, e sta lentamente sparendo quella categoria intermedia fatta di persone appassionate all’evento e alle vicende dei rispettivi club, che però, a conti fatti, è sempre stata la percentuale di popolazione più ampia da cui attingere per riempire gli stadi a ogni partita.

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(photo by Bologna FC 1909)

La suddivisione sociale fra chi va allo stadio per vedere “una” partita e chi ci va per vedere “la” partita, è ormai sempre più netta, con buona pace dell’eventualità di perdersi un gol vittoria allo scadere. Arrivando al paradosso di considerare che, molto spesso, chi esce dallo stadio prima della fine della partita è proprio chi ha un posto in tribuna, per il quale ha pagato un biglietto più costoso della media.

C’è un problema evidente di capacità di inclusione: il calcio sta perdendo la capacità genuina di attirare appassionati in virtù dell’entusiasmo derivante dall’evento sportivo e dal legame con una singola squadra. L’intreccio con gli aspetti mediatici e di profitto finanziario stanno probabilmente trasformando il calcio (ad alti livelli) in un prodotto di intrattenimento che non prevede per forza un legame diretto fra lo spettatore e i club. Questo anche in virtù del fatto che si tratta dello sport più diffuso sul pianeta, e anche di quello più semplice e immediato da capire, e quindi da guardare.

Graeme, abbonato da una vita all’Everton FC, e uno dei più grandi groundhoppers che io conosca, me lo confermava in una chiacchierata di qualche tempo fa: «Oggigiorno hanno tutti un sacco di altre cose da fare e dopo la partita non hai voglia di perdere un’ora nel traffico stradale, o sui mezzi pubblici. Personalmente, però, ricordo di aver lasciato Goodison Park in anticipo solo una volta: dovevo arrivare a Tranmere in tempo per la partita contro il Barnsley, che sarebbe iniziata solo una ventina di minuti dopo il fischio finale a Goodison. Perdevamo già 1-5 contro il QPR quindi decisi che sì, potevo uscire in anticipo. Mentre imboccavo la strada verso Tranmere (che è sulla sponda opposta del fiume Mersey, a Liverpool, ndr) l’Everton aveva segnato 2 gol ed eravamo risaliti 3-5. Giurai a me stesso di non lasciare mai più lo stadio in anticipo».

La domanda potrebbe essere: se non rimani fino alla fine della partita, allora perché ci sei andato? Una questione fotografata anche in un dialogo del celebre film “Febbre a 90” (1997, riadattamento cinematografico del best seller di Nick Hornby), tra il giovane Paul e suo papà, proprio mentre escono in anticipo da Highbury dopo la prima partita allo stadio del ragazzo:

(Paul) Perché andiamo via?

(suo padre) Per evitare il traffico, dobbiamo camminare per arrivare alla macchina… è per non restare imbottigliati.

(Paul) … ma potrebbero segnare di nuovo!

(suo padre) C’è una remota possibilità, sì, è vero… ma non questo pomeriggio!

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Fondatore e direttore di Archistadia. Sono un autore e critico di architettura sportiva e mi occupo di divulgazione sul tema da oltre dieci anni. Ogni tanto scrivo anche di stile, cultura e aspetti grafici legati al calcio e allo sport. Cresciuto con la cultura Britpop anni Novanta, sono quello che in vacanza vi chiederà di andare a vedere lo stadio.

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    per me tuttora rimane incomprensibile andarmene via prima del fischio finale. La partita è l'evento della settimana, il momento in cui incontri gli amici, parli con sconosciuti che amano i tuoi colori, discuti, condividi, magari litighi anche, ma vivi quello spazio temporale dandogli anche un'importanze esagerata.
    E' come se al cinema lasciassi la sala prima della scena clou, quando non sai se finirà bene o male.

    • Avatar

      Ciao Dave, sono d'accordo con te. Facciamo tanto per andare allo stadio, è l'evento della settimana come dici giustamente, soprattutto per chi magari alla partita ci va poche volte. Personalmente nemmeno io capisco l'andar via prima, mi chiedo "allora perché ci sei venuto?"

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